ChatGPT negli atti art. 96 c.p.c. e condanna a Verona


Usare un sistema di IA per redigere atti processuali senza verificarne il contenuto espone l’avvocato — e il cliente — a condanna per responsabilità processuale aggravata ex art. 96, commi 3 e 4, c.p.c. Il Tribunale di Verona, con sentenza n. 4203 del 10 febbraio 2026, ha ritenuto sufficiente la presenza di un frammento di dialogo con ChatGPT rimasto nel testo dell’atto per qualificare la condotta come uso non controllato dell’IA. Il rischio non è teorico: la condanna colpisce la parte, ma la responsabilità disciplinare può raggiungere il difensore.

Punti chiave

  • Punto 1 — Un frammento di chat IA nell’atto ha fatto scattare la condanna ex art. 96, commi 3 e 4, c.p.c.
  • Punto 2 — L’opposizione all’esecuzione manifestamente infondata aggrava il giudizio sulla condotta processuale.
  • Punto 3 — Ogni atto generato con IA va verificato e ripulito prima del deposito, senza eccezioni.

Prima di depositare qualsiasi atto redatto con il supporto di un sistema di intelligenza artificiale, la revisione integrale del testo non è una buona pratica: è una necessità con conseguenze economiche dirette. La giurisprudenza ha appena fornito un caso concreto e difficilmente contestabile di come l’omissione di quel controllo si traduca in condanna.

Il Tribunale di Verona, Sezione II Civile, con sentenza n. 4203 del 10 febbraio 2026, ha condannato l’opponente per responsabilità processuale aggravata in un giudizio di opposizione all’esecuzione rivelatosi manifestamente infondato. Il dettaglio che ha determinato la qualificazione della condotta: nell’atto introduttivo era rimasto un frammento visibile del dialogo con ChatGPT, segno inequivoco che il testo non era stato riletto né controllato. La notizia è riportata da Avvocato Andreani.

Il contesto normativo

L’art. 96, comma 3, c.p.c. consente al giudice di condannare la parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata quando risulta che ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. Il comma 4, aggiunto dalla riforma Cartabia (d.lgs. n. 149/2022), estende la condanna anche quando la parte abbia proposto un’impugnazione o un’opposizione manifestamente infondata. Il meccanismo non richiede la prova di un danno specifico: il giudice può irrogare la condanna d’ufficio. In questo caso il Tribunale ha ritenuto che l’uso acritico di uno strumento di IA, documentato dalla presenza del frammento di dialogo nel testo, integrasse quantomeno la colpa grave richiesta dalla norma.

Cosa cambia per lo studio

  1. Revisione obbligatoria di ogni atto generato con IA. Prima del deposito, il difensore deve leggere l’atto riga per riga e verificare che non contenga elementi estranei, allucinazioni giuridiche o frammenti del prompt originale.
  2. Verifica della fondatezza prima dell’opposizione all’esecuzione. L’art. 96, comma 4, c.p.c. colpisce in modo specifico le opposizioni manifestamente infondate: l’abbinamento con un atto redatto male amplifica il rischio di condanna.
  3. Tracciabilità interna dell’uso dell’IA. È opportuno adottare un registro interno che documenti quali atti sono stati redatti con supporto di IA e chi ha effettuato la revisione finale, a tutela sia del cliente sia del professionista in caso di contestazione.
  4. Formazione del personale di studio. I collaboratori che usano strumenti di IA per bozze preliminari devono sapere che il deposito di un atto non revisionato può avere conseguenze processuali immediate, non solo deontologiche.
  5. Attenzione ai metadati del documento. Alcuni strumenti di IA lasciano tracce non solo nel testo ma nei metadati del file Word o PDF: anche questi vanno verificati prima della conversione in formato depositabile.

Attenzione a

Non confondere la condanna ex art. 96 c.p.c. con la responsabilità disciplinare. La condanna in sentenza colpisce la parte, ma il Consiglio dell’Ordine può avviare un procedimento separato nei confronti del difensore per violazione dei doveri di diligenza e competenza sanciti dall’art. 12 del Codice Deontologico Forense. Le due conseguenze non si escludono.

Evitare di ritenere sufficiente la sola rilettura veloce. Il frammento di dialogo rimasto nel testo del caso veronese dimostra che una revisione superficiale non basta. Un controllo strutturato — che includa la ricerca di stringhe anomale, virgolettati estranei e riferimenti normativi non verificati — richiede tempo ma è l’unico presidio reale contro questo tipo di errore.

Domande frequenti

Usare ChatGPT per scrivere atti giudiziari è vietato?

Non esiste un divieto normativo espresso, ma l’uso non verificato espone a condanna ex art. 96, commi 3 e 4, c.p.c. per colpa grave. Il Tribunale di Verona con sentenza n. 4203/2026 ha già applicato questa sanzione in presenza di un atto manifestamente infondato con tracce visibili di generazione automatica non controllata.

Cosa rischia l’avvocato se il cliente viene condannato ex art. 96 c.p.c. per uso di IA?

La condanna ex art. 96 c.p.c. colpisce formalmente la parte, ma il difensore può rispondere separatamente davanti al Consiglio dell’Ordine per violazione dell’art. 12 del Codice Deontologico Forense sui doveri di diligenza e competenza. In casi gravi, l’azione di responsabilità civile del cliente verso il professionista rimane percorribile.

Come evitare che un atto redatto con IA contenga errori o tracce del prompt?

Serve una revisione integrale riga per riga, una verifica di tutti i riferimenti normativi citati dall’IA su fonti ufficiali (Gazzetta Ufficiale, banche dati giuridiche), la ricerca manuale di stringhe anomale o frammenti di dialogo, e il controllo dei metadati del file prima della conversione in PDF da depositare.

Fonte di riferimento: AvvocatoAndreani

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