Con l’inasprimento delle sanzioni penali per reati ambientali, gli studi che assistono imprese e enti devono aggiornare immediatamente i modelli organizzativi 231 e verificare l’adeguatezza delle clausole contrattuali in materia ambientale. Le nuove previsioni ampliano il perimetro della responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. 231/2001, rendendo più concreto il rischio di sanzioni interdittive. Chi non adegua i propri clienti rischia di esporli a contestazioni che oggi, con la stretta penale, hanno conseguenze patrimoniali ben più pesanti di prima.
Punti chiave
- Punto 1 — La stretta penale sui reati ambientali espande il catalogo dei reati-presupposto del d.lgs. 231/2001.
- Punto 2 — I modelli organizzativi 231 già adottati vanno verificati e aggiornati per coprire i nuovi rischi ambientali.
- Punto 3 — Le sanzioni interdittive per gli enti diventano più accessibili per il PM, con impatto immediato sulla continuità aziendale.
Se assisti imprese o enti strutturati, la stretta penale sui reati ambientali non è una notizia di sfondo: è un aggiornamento che incide direttamente sulla tenuta dei modelli organizzativi 231 dei tuoi clienti e sull’esposizione concreta al rischio di sanzioni interdittive. Prima di ricevere una chiamata d’urgenza, conviene anticipare la revisione dei protocolli ambientali già predisposti.
Una recente analisi pubblicata da Diritto.it ricostruisce il quadro delle nuove sanzioni penali per imprese ed enti in materia ambientale, evidenziando come l’intervento normativo rafforzi gli strumenti di repressione e allarghi il perimetro della responsabilità.
Il contesto normativo
Il riferimento centrale resta il d.lgs. 121/2011, che ha recepito la direttiva 2008/99/CE e ha introdotto i reati ambientali nel catalogo dei reati-presupposto della responsabilità degli enti ex d.lgs. 231/2001, inserendo l’art. 25-undecies. Con la legge 68/2015 il legislatore aveva già inasprito il titolo IV del d.lgs. 152/2006 (Codice dell’Ambiente), introducendo i delitti contro l’ambiente agli artt. 452-bis e seguenti c.p., tra cui l’inquinamento ambientale, il disastro ambientale e il traffico di materiale radioattivo. L’attuale stretta si innesta su questo impianto, ampliando le fattispecie rilevanti e inasprendo le cornici edittali. Sul versante giurisprudenziale, la Cass. Pen., Sez. III, ha consolidato l’orientamento secondo cui la colpa di organizzazione dell’ente è autonomamente valutabile rispetto alla responsabilità penale della persona fisica autrice del reato ambientale.
Cosa cambia per lo studio
- Revisione del modello 231: verifica subito che l’art. 25-undecies del d.lgs. 231/2001 sia effettivamente presidiato nel modello del tuo cliente. Molti modelli redatti prima del 2015 non coprono i delitti ambientali introdotti dalla l. 68/2015 e rischiano di essere giudicati inadeguati dal giudice.
- Mappatura del rischio ambientale: aggiorna la risk assessment per includere le nuove fattispecie rilevanti, con particolare attenzione alle imprese che gestiscono rifiuti, impianti soggetti ad AIA o siti potenzialmente contaminati.
- Sanzioni interdittive: con l’inasprimento delle pene accessorie, il PM dispone di strumenti più incisivi per richiedere misure cautelari interdittive nei confronti dell’ente. Valuta la necessità di inserire clausole specifiche nei contratti di fornitura e appalto che regolino il rischio di contaminazione da parte del fornitore.
- Aggiornamento delle clausole contrattuali: nei contratti con imprese operanti in settori ad alto rischio ambientale, inserisci dichiarazioni di conformità e meccanismi di indennizzo per i casi in cui una violazione del fornitore trascini l’ente committente in un procedimento 231.
- Formazione dell’OdV: l’Organismo di Vigilanza va aggiornato sulle nuove fattispecie e dotato di flussi informativi specifici sugli adempimenti ambientali periodici (es. MUD
Domande frequenti
Quali reati ambientali sono presupposto della responsabilità 231 degli enti?
L’art. 25-undecies del d.lgs. 231/2001, introdotto dal d.lgs. 121/2011 e aggiornato dalla l. 68/2015, include inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.), disastro ambientale (art. 452-quater c.p.), traffico di materiale radioattivo, reati in materia di rifiuti e violazioni del Codice dell’Ambiente. L’ente risponde con sanzioni pecuniarie fino a 1.000 quote e, nei casi più gravi, con sanzioni interdittive.
Come aggiornare il modello 231 dopo la stretta sui reati ambientali?
Occorre aggiornare la mappatura dei rischi includendo le nuove fattispecie, redigere protocolli operativi specifici per le attività ambientali sensibili (gestione rifiuti, emissioni, scarichi), definire flussi informativi verso l’OdV e prevedere controlli periodici sugli adempimenti autorizzativi. Il modello deve riflettere la realtà operativa concreta dell’ente, non limitarsi a riprodurre il testo normativo.
L’ente risponde anche se il reato ambientale è commesso da un fornitore?
In linea generale, la responsabilità 231 colpisce l’ente nel cui interesse o vantaggio agisce l’autore del reato. Se il fornitore opera come soggetto apicale o subordinato dell’ente committente, il rischio si estende. In ogni caso, una due diligence contrattuale inadeguata e l’assenza di clausole ambientali nel contratto di appalto possono aggravare la posizione dell’ente in sede processuale.
Fonte di riferimento: Diritto.it