Nelle cause per infezioni nosocomiali, la responsabilità dell’ospedale non è automatica: il paziente deve provare il nesso causale, ma la struttura può liberarsi dimostrando di aver correttamente applicato i protocolli anti-infezione. La prova documentale sui protocolli adottati diventa quindi l’asse portante del giudizio, tanto in chiave offensiva quanto difensiva. Chi assiste strutture sanitarie o pazienti deve costruire la strategia attorno all’acquisizione e alla verifica di questa documentazione.
Punti chiave
- Punto 1 — L’ospedale si libera da responsabilità provando la corretta applicazione dei protocolli anti-infezione.
- Punto 2 — Il nesso causale tra ricovero e infezione resta a carico del paziente-attore.
- Punto 3 — La cartella clinica e i registri di sorveglianza epidemiologica sono prove decisive in giudizio.
Per uno studio legale che assiste strutture sanitarie o pazienti in cause da responsabilità medica, la sentenza segnalata ridefinisce il peso della prova nelle infezioni contratte in ospedale. Non basta allegare che l’infezione è sopravvenuta durante il ricovero: serve costruire — o smontare — un quadro probatorio incentrato sui protocolli igienico-sanitari effettivamente applicati dalla struttura.
Un recente orientamento commentato da Diritto.it chiarisce che l’ospedale può andare esente da responsabilità quando dimostra di aver rispettato le linee guida e i protocolli previsti per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Il criterio non è l’assenza dell’evento, ma la correttezza della condotta organizzativa.
Il contesto normativo
La responsabilità della struttura sanitaria si inquadra nell’art. 1218 c.c. (inadempimento contrattuale), con il regime probatorio tipico del contratto di spedalità: il paziente prova il danno e il nesso con la prestazione, la struttura deve dimostrare che l’inadempimento è dipeso da causa a lei non imputabile. Sul versante penalistico e amministrativo, il d.lgs. 502/1992 e il Piano Nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza (PNCAR) impongono alle strutture sistemi di sorveglianza attiva delle ICA. La Cassazione civile, con orientamento consolidato (cfr. Cass. Civ. n. 28991/2019), ha ribadito che il criterio di imputazione contrattuale non esonera il giudice dal valutare se la struttura abbia adottato misure organizzative adeguate allo standard esigibile.
Cosa cambia per lo studio
- Richiedi subito in fase istruttoria i registri di sorveglianza epidemiologica, i protocolli di sanificazione e i report sulle ICA obbligatori per legge: sono documenti che la struttura è tenuta a produrre e che il giudice può ordinare d’ufficio ex art. 210 c.p.c.
- Se assisti la struttura, costruisci sin dal primo atto la prova positiva del rispetto dei protocolli: verbali di formazione del personale, schede di manutenzione degli impianti, certificazioni dei presidi igienici usati.
- Se assisti il paziente, contesta non solo il fatto-infezione ma individua lo scostamento specifico dallo standard: quale protocollo non è stato seguito, in quale reparto, in quale arco temporale.
- Considera la CTU microbiologica come strumento offensivo: il perito può ricostruire la filiera di trasmissione e identificare il ceppo batterico, elemento spesso dirimente sul nesso causale.
- Verifica se la struttura rientra nell’obbligo di notifica delle ICA al sistema di sorveglianza nazionale (SNICa): l’omessa notifica è un indizio autonomo di carenza organizzativa spendibile in giudizio.
Attenzione a
Il rischio più frequente per chi assiste il paziente è fermarsi alla prova della correlazione temporale tra ricovero e insorgenza dell’infezione. Questa prova è necessaria ma non sufficiente: senza un accertamento sulla condotta organizzativa della struttura, il giudice può ritenere assolto l’onere difensivo dell’ospedale anche in presenza del danno.
Sul fronte opposto, chi difende la struttura non deve limitarsi a depositare il manuale dei protocolli astratti. Il giudice verifica l’applicazione concreta: se mancano i log di esecuzione delle procedure o le firme del personale sulle checklist operative, il protocollo sulla carta non vale come prova liberatoria.
Domande frequenti
Quando l’ospedale non risponde per un’infezione contratta durante il ricovero?
L’ospedale va esente da responsabilità se prova di aver correttamente applicato i protocolli di prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Non conta solo l’assenza dell’evento, ma la correttezza della condotta organizzativa. La prova si costruisce con registri, checklist operative e documentazione di formazione del personale, non con il solo manuale dei protocolli astratti.
Chi ha l’onere della prova nelle cause per infezioni nosocomiali?
Il paziente deve provare il danno e il nesso causale tra il ricovero e l’infezione, secondo il regime contrattuale ex art. 1218 c.c. La struttura, una volta allegato l’inadempimento, deve dimostrare che l’evento è dipeso da causa a lei non imputabile, ovvero che ha rispettato tutti gli standard organizzativi esigibili. La CTU microbiologica è spesso lo strumento decisivo per entrambe le parti.
Quali documenti richiedere alla struttura ospedaliera in una causa per infezione nosocomiale?
I documenti chiave sono: registri di sorveglianza epidemiologica, protocolli di sanificazione con log di esecuzione, report sulle ICA notificati al sistema SNICa, verbali di formazione del personale e schede di manutenzione degli impianti. Puoi ottenerli tramite istanza di esibizione ex art. 210 c.p.c. o ordine del giudice, poiché la struttura è obbligata a conservarli per legge.
Fonte di riferimento: Diritto.it