Dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) obbliga i fornitori di sistemi IA a rendere riconoscibili i contenuti generati artificialmente, tramite watermark, metadati C2PA o disclosure esplicite. Uno studio legale che usa strumenti IA per produrre documenti, pareri o comunicazioni deve già oggi verificare quali strumenti adotta e come questi assolvono l’obbligo di trasparenza. Ignorare questo adempimento espone il professionista a responsabilità dirette nei confronti del cliente e a possibili sanzioni amministrative.
Punti chiave
- Punto 1 — L’art. 50 AI Act entra in vigore il 2 agosto 2026 e riguarda tutti i fornitori e utenti di sistemi IA.
- Punto 2 — I contenuti generati da IA usati in atti o comunicazioni legali devono essere identificabili come tali.
- Punto 3 — Anthropic, OpenAI, Google e Meta adottano tecnologie diverse: watermark, C2PA e disclosure variano per strumento.
Se il tuo studio usa strumenti di intelligenza artificiale per redigere atti, pareri o comunicazioni ai clienti, hai meno di quattordici mesi per verificare che quei strumenti rispettino gli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act. Non si tratta di un adempimento tecnico delegabile solo al fornitore: la responsabilità di informare correttamente il destinatario finale ricade anche sul professionista che usa il sistema.
Le principali big tech si stanno già adeguando con approcci differenti. Anthropic punta su una filigrana invisibile applicata globalmente ai contenuti generati da Claude. OpenAI, Google, Meta, Microsoft e xAI combinano invece watermark visibili, metadati in standard C2PA e disclosure testuali, con scelte che variano per piattaforma e tipo di output. La notizia completa è su Agenda Digitale.
Il contesto normativo
L’articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) disciplina gli obblighi di trasparenza per i sistemi di IA che interagiscono con persone fisiche o generano contenuti sintetici. Il comma 2 impone ai fornitori di sistemi che producono testi, immagini, audio o video artificiali di garantire che i contenuti siano marcati in formato leggibile da macchina e rilevabili come artificialmente generati. Il comma 4 estende obblighi di disclosure agli operatori che distribuiscono tali contenuti. La violazione degli obblighi di trasparenza rientra nel regime sanzionatorio dell’art. 99 AI Act, con importi fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato mondiale annuo per le persone giuridiche. Sul piano interno, il professionista che omette di informare il cliente sull’uso di IA nella produzione di un parere può incorrere in responsabilità ai sensi dell’art. 1176 c.c. (diligenza professionale) e delle norme deontologiche del Codice Deontologico Forense, in particolare l’art. 27 sul dovere di informazione.
Cosa cambia per lo studio
- Mappatura degli strumenti in uso. Censisci ogni tool IA utilizzato dallo studio, dal redattore di atti al generatore di sintesi giurisprudenziali, e verifica quale tecnologia di marcatura adotta: watermark, metadati C2PA, disclosure automatica o combinazione di questi.
- Clausola informativa al cliente. Inserisci nell’incarico professionale o nell’informativa privacy una menzione esplicita sull’eventuale uso di sistemi IA nella lavorazione del mandato, specificando la tipologia di output coinvolto.
- Verifica contrattuale con i fornitori. Controlla che i contratti con i fornitori di strumenti IA includano una dichiarazione di conformità all’art. 50 AI Act e un obbligo di notifica in caso di modifica alle tecniche di marcatura adottate.
- Aggiornamento dei processi di revisione. Non basta generare il contenuto: serve un passaggio umano di verifica documentato, specialmente per atti destinati a giudici o pubbliche autorità, dove l’attribuibilità del contenuto al professionista è presupposto di responsabilità.
- Monitoraggio delle Linee Guida AGID e del futuro decreto attuativo. Il quadro applicativo italiano non è ancora completo. L’AGID e le autorità nazionali di vigilanza designate ex art. 70 AI Act pubblicheranno indicazioni operative: tienile sotto osservazione a partire dal quarto trimestre 2025.
Attenzione a
Non confondere l’obbligo del fornitore con quello dell’operatore. L’art. 50 AI Act distingue chi sviluppa il sistema da chi lo usa professionalmente. Anche se Anthropic o OpenAI integrano watermark nei propri modelli, lo studio legale che produce e consegna al cliente un documento generato da IA resta “operatore” ai sensi del Regolamento e risponde autonomamente degli obblighi di disclosure verso il destinatario finale.
Attenzione alle difformità tra strumenti. Studi che usano più piattaforme contemporaneamente — ad esempio Claude per le sintesi e Gemini per le traduzioni — si trovano a gestire standard tecnici diversi e livelli di tracciabilità non uniformi. Un documento composito può contenere porzioni con marcatura C2PA e porzioni prive di qualsiasi watermark rilevabile, rendendo difficile dimostrare la conformità complessiva in caso di contestazione.
Domande frequenti
Dal quando si applicano gli obblighi di trasparenza AI Act per i contenuti generati da IA?
Gli obblighi previsti dall’articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689 si applicano a partire dal 2 agosto 2026. Questa è la data di applicabilità delle disposizioni sulla trasparenza, distinta dall’entrata in vigore generale del Regolamento. Gli studi legali devono adeguarsi entro quella data, ma conviene avviare la mappatura degli strumenti usati con almeno sei mesi di anticipo.
Un avvocato che usa ChatGPT per redigere atti deve informare il cliente?
Sì. L’avvocato che usa sistemi IA per produrre contenuti destinati al cliente rientra nella definizione di operatore ex art. 50 AI Act e ha un autonomo obbligo di disclosure. Sul piano deontologico, l’art. 27 del Codice Deontologico Forense impone un dovere generale di informazione al cliente su elementi rilevanti per il mandato, e l’uso di IA nella redazione di atti rientra in questa categoria.
Cos’è lo standard C2PA e perché interessa gli studi legali?
C2PA (Coalition for Content Provenance and Authenticity) è uno standard tecnico che incorpora nei file metadati firmati crittograficamente, attestanti origine e modifiche del contenuto. Interessa gli studi legali perché alcune piattaforme — tra cui Microsoft e Adobe — lo usano per assolvere gli obblighi di marcatura AI Act. Un documento con metadati C2PA è verificabile da terzi, il che può avere rilievo probatorio in caso di contestazione sull’autenticità o sull’origine del contenuto.
Fonte di riferimento: AgendaDigitale