Site icon Bollettino Ufficiale

Risarcimento morte Covid negato senza prova del nesso causale


Nei giudizi promossi dai familiari di pazienti deceduti per Covid, il nesso causale tra la condotta del convenuto e il contagio deve essere provato in modo rigoroso: non basta il dato statistico né la vicinanza temporale al presunto contagio. In assenza di prova specifica, il tribunale rigetta la domanda risarcitoria anche quando il decesso è accertato. Chi assiste i congiunti deve costruire la strategia probatoria prima di iscrivere a ruolo la causa.

Punti chiave

  • Punto 1 — Senza prova del nesso causale specifico, la domanda risarcitoria dei familiari viene rigettata.
  • Punto 2 — La vicinanza temporale tra esposizione e contagio non integra da sola la prova del nesso.
  • Punto 3 — Il consulente tecnico medico-legale è indispensabile prima di avviare qualsiasi azione giudiziale.

Se stai valutando un’azione risarcitoria per la morte di un paziente da Covid, la sentenza in questione fissa uno standard probatorio preciso che non puoi ignorare in fase di redazione dell’atto introduttivo. Presentarsi in udienza con sole presunzioni o dati epidemiologici generali espone il cliente a una soccombenza piena, con condanna alle spese.

Un tribunale italiano ha rigettato la domanda risarcitoria proposta dai familiari di un defunto per Covid, ritenendo insufficiente la prova del nesso causale tra la condotta del convenuto e il contagio. La notizia è riportata da Diritto.it.

Il contesto normativo

Il riferimento centrale è l’art. 2043 c.c., che esige la prova del danno ingiusto, del nesso eziologico e della condotta illecita. In ambito sanitario o di responsabilità da contagio, la Cassazione ha ribadito con la sentenza n. 9315/2021 (Sez. III Civ.) che il nesso causale deve essere accertato secondo il criterio del «più probabile che non», ma questo standard presuppone comunque elementi probatori concreti, non mere inferenze statistiche. Dove invece si configuri una responsabilità contrattuale — ad esempio nei confronti di strutture sanitarie — entra in gioco l’art. 1218 c.c., con inversione dell’onere della prova, ma anche in quel caso il paziente (o i suoi eredi) deve allegare il nesso tra inadempimento e danno.

Cosa cambia per lo studio

  1. Prima di depositare il ricorso, commissiona una consulenza medico-legale stragiudiziale che ricostruisca la catena causale contagio-decesso con riferimento a cartelle cliniche, referti e tracciamento dei contatti: senza questo documento, la CTU disposta dal giudice rischia di non recuperare la situazione.
  2. Individua con precisione la fonte del contagio: il giudice non inferisce automaticamente che il contatto con il convenuto abbia causato l’infezione, soprattutto in periodi di alta circolazione virale. Servono testimoni, registri di accesso, dati di geolocalizzazione o altri elementi che restringano il campo.
  3. Distingui il regime di responsabilità applicabile: se agisci contro una struttura sanitaria ex art. 7 l. 24/2017 (legge Gelli-Bianco), il riparto dell’onere probatorio cambia rispetto a un’azione contro un privato datore di lavoro o un ente pubblico.
  4. Valuta la percorribilità dell’azione indennitaria alternativa: il Fondo vittime Covid (d.l. 73/2021, art. 20) ha presupposti diversi e meno onerosi sul piano probatorio rispetto all’azione aquiliana ordinaria.
  5. Aggiorna la lettera d’incarico al cliente: specifica per iscritto che l’esito dipende dalla disponibilità di prove documentali concrete, così da gestire le aspettative fin dall’apertura del fascicolo.

Attenzione a

Il primo rischio è confondere il dato statistico con la prova causale. In periodi di picco epidemico, molti giudici ricevono domande fondate sull’argomento «era impossibile non contagiarsi in quell’ambiente»: questo non basta, e presentarlo come argomento principale brucia credibilità davanti al collegio.

Il secondo errore frequente è avviare la causa senza verificare se il convenuto abbia rispettato i protocolli anticontagio vigenti al momento dei fatti (DPCM, circolari ministeriali, linee guida INAIL). Se il convenuto dimostra di aver applicato tutte le misure prescritte, il giudice può escludere la colpa anche in presenza di un contagio avvenuto nel suo contesto. Raccogliere questa documentazione in senso contrario è parte della strategia difensiva offensiva da costruire prima dell’udienza.

Domande frequenti

Come si prova il nesso causale tra contagio Covid e decesso per ottenere il risarcimento?

Occorre dimostrare con documentazione medica specifica — cartelle cliniche, tamponi, tracciamento dei contatti — che il contagio è avvenuto in un determinato contesto per fatto imputabile al convenuto, e che quel contagio ha causato il decesso. Il criterio applicato è il «più probabile che non» (Cass. n. 9315/2021), ma presuppone prove concrete, non inferenze statistiche.

I familiari di un morto per Covid possono chiedere il risarcimento al datore di lavoro?

Sì, ma devono provare che il contagio è avvenuto sul luogo di lavoro per colpa del datore (mancata adozione dei protocolli di sicurezza). In alternativa, se il Covid è riconosciuto come infortunio sul lavoro dall’INAIL, scatta la tutela indennitaria che non richiede la prova della colpa datoriale, ma esclude l’azione civile per le voci coperte dall’indennizzo.

Esiste un fondo di indennizzo per i familiari delle vittime Covid e come si accede?

L’art. 20 del d.l. 73/2021 ha istituito un fondo per le vittime Covid. L’accesso avviene tramite domanda amministrativa con presupposti meno onerosi rispetto all’azione giudiziale ordinaria. Prima di avviare una causa civile, verifica sempre se il cliente ha già esaurito o può ancora attivare questa via, anche per ragioni di economia processuale.

Fonte di riferimento: Diritto.it

Exit mobile version