Infezione ospedaliera e risarcimento ai familiari negato


La struttura sanitaria non risarcisce automaticamente i familiari del paziente deceduto per infezione nosocomiale se il nesso causale tra condotta omissiva e danno non è provato con sufficiente grado di probabilità. Il paziente — o i suoi eredi — deve dimostrare che l’infezione era evitabile con le misure di profilassi esigibili nel caso concreto. In assenza di questa prova, il giudice rigetta la domanda risarcitoria anche quando il decesso è accertato.

Punti chiave

  • Punto 1 — Il nesso causale tra infezione e condotta omissiva va provato dagli eredi, non presunto automaticamente.
  • Punto 2 — La struttura sanitaria può liberarsi dimostrando di aver adottato tutti i protocolli anticorruzione esigibili.
  • Punto 3 — Senza CTU medico-legale solida, la domanda risarcitoria dei familiari rischia il rigetto nel merito.

Nei giudizi per responsabilità sanitaria da infezione nosocomiale, il rigetto della domanda è uno scenario concreto che gli studi devono saper anticipare fin dall’istruttoria. Se il cliente è un familiare del paziente deceduto, la strategia non può limitarsi a provare l’infezione: deve ricostruire il nesso tra la specifica omissione della struttura e l’evento lesivo, superando lo standard della probabilità prevalente richiesto dalla giurisprudenza di legittimità.

La notizia prende spunto da un caso in cui il Tribunale ha escluso il risarcimento ai familiari di un paziente deceduto dopo aver contratto un’infezione in ospedale. Il caso è riportato da Diritto.it e offre un’occasione per fare il punto sulla distribuzione dell’onere probatorio in questa tipologia di contenzioso.

Il contesto normativo

Il rapporto tra paziente e struttura sanitaria si qualifica come contratto atipico di spedalità, con responsabilità ex art. 1218 c.c. in capo alla struttura e, per i professionisti, ex art. 2043 c.c. salvo diverso titolo contrattuale. La legge 8 marzo 2017 n. 24 (c.d. Legge Gelli-Bianco) ha ridisegnato il sistema: l’art. 7 distingue la responsabilità della struttura — contrattuale — da quella del medico dipendente — extracontrattuale. Sul piano probatorio, Cass. Civ. SS.UU. n. 577/2008 ha fissato il principio per cui il paziente deve provare il contratto e l’aggravamento, mentre la struttura deve provare l’adempimento o l’impossibilità della prestazione. Per le infezioni nosocomiali, tuttavia, la Cassazione ha precisato — tra le altre con Cass. Civ. n. 18392/2017 — che l’aggravamento da infezione non implica di per sé inadempimento: il giudice deve accertare se l’infezione fosse prevedibile e prevenibile con le misure esigibili nel caso concreto.

Cosa cambia per lo studio

  1. Prima di depositare l’atto introduttivo, verifica la cartella clinica per individuare il patogeno responsabile e i protocolli di profilassi adottati: senza questo dato, la CTU rischia di concludersi negativamente per il cliente.
  2. Distingui nettamente la domanda degli eredi iure proprio (danno da perdita del rapporto parentale, art. 2059 c.c.) da quella iure hereditatis (danno biologico terminale del de cuius): hanno presupposti probatori diversi e possono avere esiti processuali divergenti.
  3. Nomina un consulente tecnico di parte specializzato in malattie infettive o igiene ospedaliera prima ancora del giudizio: una perizia stragiudiziale ben costruita orienta la CTU e rafforza la posizione nelle trattative assicurative.
  4. Se assisti la struttura sanitaria convenuta, predisponi una difesa documentale sui protocolli HACCP e sulle linee guida ministeriali per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA), aggiornate con la Circolare del Ministero della Salute del 2023 sulle misure di sterilizzazione.
  5. Valuta la prescrizione: l’azione contrattuale degli eredi si prescrive in 10 anni (art. 2946 c.c.), ma la decorrenza dal momento della conoscibilità del nesso causale va argomentata caso per caso.

Attenzione a

Il rischio più frequente è costruire la domanda risarcitoria sull’esistenza dell’infezione anziché sull’omissione specifica della struttura. Il giudice non presume la negligenza dall’evento infettivo: le infezioni nosocomiali possono verificarsi anche in presenza di tutti i presidi previsti, e in quel caso la struttura non risponde. Un secondo errore ricorrente riguarda la legittimazione attiva: i familiari conviventi che agiscono iure proprio per danno da perdita del rapporto parentale devono provare autonomamente il pregiudizio subito, e non possono limitarsi a richiamarne la derivazione causale dal decesso senza allegare elementi concreti sul rapporto affettivo e sulla sua interruzione.

Domande frequenti

Chi deve provare il nesso causale in caso di infezione ospedaliera?

Il paziente o i suoi eredi devono provare che l’infezione è conseguenza di una specifica omissione della struttura sanitaria. Non basta dimostrare che l’infezione è stata contratta in ospedale: occorre provare che era prevedibile e prevenibile con le misure esigibili nel caso concreto, secondo quanto stabilito da Cass. Civ. n. 18392/2017 e dalla giurisprudenza successiva.

I familiari del paziente deceduto per infezione nosocomiale hanno diritto al risarcimento?

Dipende dal tipo di domanda. Iure hereditatis, possono agire per il danno biologico terminale del de cuius se provato. Iure proprio, possono chiedere il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale ex art. 2059 c.c., ma devono provare autonomamente il pregiudizio subito. In entrambi i casi, il nesso causale con la condotta omissiva della struttura rimane indispensabile.

Come si difende una struttura sanitaria accusata di aver causato un’infezione ospedaliera?

La struttura può liberarsi dalla responsabilità dimostrando di aver adottato tutti i protocolli di profilassi esigibili: procedure di sterilizzazione, linee guida sulle infezioni correlate all’assistenza, formazione del personale. La documentazione dei protocolli interni e la conformità alle circolari ministeriali sono gli strumenti difensivi principali da produrre sin dalla fase istruttoria.

Fonte di riferimento: Diritto.it